DEFAULT PILOTATO, UNICA SOLUZIONE

tratto da: http://www.cadoinpiedi.it/2011/09/13/default_pilotato_unica_soluzione.html
 

DEFAULT PILOTATO, UNICA SOLUZIONE

di Loretta Napoleoni – 13 settembre 2011

Nelle crisi nazionali è del tutto evidente anche il fallimento di una politica e di un ceto politico. Non salvo nessuno. Che si facciano finalmente da parte. Che ci sia un autentico ricambio, perché nessuno crede più alle promesse, alle assicurazioni, ai piani di questi amministratori

Loretta NapoleoniPubblico questa mia intervista rilasciata a l’Unità 
Parlare d’economia mentre con regolarità giungono segnali infausti dalla Borsa di Milano (ma anche dalle altre borse) sembra di star ai bordi di un vulcano che manda lapilli e fumi e sappiamo pronto a sommergere tutti nella lava. Si possono escogitare infinite immagini. Un’altra facilissima: a bordo del litanie mentre l’orchestrina intona il walzer. A un passo dalla fine. È questione di tempo, uno, due, tre anni. C’è una via d’uscita? Loretta Napoleoni, economista che vive soprattutto in Inghilterra, (dove insegna alla Judge Business School di Cambridge), Stati Uniti e Spagna, nel suo ultimo libro, “Il contagio” (titolo da epidemia dilagante, come la crisi finanziaria d’oggi), almeno qualche parola di conforto la spende: «A tutte le crisi economiche c’è una soluzione che può essere più meno onerosa per la popolazione, una verità che chiunque operi sui mercati finanziari conosce…». Benissimo, ma per quanto ci riguarda, dove sta la soluzione? A questo punto Loretta Napoleoni pronuncia una parola che mette i brividi: «default» (mette in brividi anche se «pilotato»).
Ma è possibile un fallimento sotto controllo? In una economia globale, dalle relazioni estremamente intricate come la nostra? Uno stato non è un’azienda. Non ci ritroveremo tutti sul lastrico?
«Le vicende di Argentina e Islanda ci dimostrano che è possibile e può essere questa la condizione di una ripresa. Mi piacerebbe almeno che una ipotesi del genere venisse di-scussa, fosse oggetto di qualche riflessione, di fronte peraltro ad un panorama vuoto di proposte, perché non può essere considerata una via quella indicata dalle finanziarie di Tremonti, sacrifici in cambio di mente, questa finanziaria peggio delle precedenti. Default pilotato significa garantire il debito interno, non mandare appunto sul lastrico i risparmiatori, e significa ricontattare gli operatori stranieri per una ristrutturazione del debito esterno».
Significa abbandonare l’euro? 
«Certo, anche se gli statuti europei non prevedono una situazione del genere, che si possa tornare cioè alla vecchia moneta, alla lira per quanto ci riguarda. Ma c’è chi in Europa da settimane sta studiando l’eventualità e la possibilità. Poi certo, ritrovata la lira si ritroverà anche l’opportunità di svalutare e quindi di trarre vantaggio recuperando alte percentuali di esportazione. Se l’economia è immobile, dobbiamo cercare il modo di risvegliarla, cosa che assolutamente questa manovra non fa, una manovra che comprime e basta. Ci aiuta il nostro consistente avanzo primario. Fondamentale sarebbe ovviamente una patrimoniale, una tantum, una tassa secca, per quell’uno per cento della popolazione che detiene quasi la metà della ricchezza nazionale».
Ma non ci sarebbe il rischio della imitazione, se questa fosse la via? I cosiddetti Piigs (maialini, Portogallo, Italia, Irlanda, Grecia, Spagna) potrebbero decidere allo stesso modo e sarebbe il disastro universale.. .
«Qui ci vorrebbe la mano dell’Unione europea, per governare l’uscita temporanea dall’Euro, la svalutazione delle monete nazionali e per stabilire riferimenti realistici per il reingresso nel futuro. Ma, ripeto, questa del default pilotato è un’idea davanti all’inerzia. Mi piacerebbe che venisse discussa».
Pilotato o meno, il default provocherebbe un’ondata di crisi di governo. Persino Berlusconi sarebbe costretto a dimettersi.
«Chi governa è al servizio del Paese. Nelle crisi nazionali è del tutto evidente anche il fallimento di una politica e di un ceto politico. Non salvo nessuno. Che si facciano finalmente da parte. Che ci sia un autentico ricambio, perché nessuno crede più alle promesse, alle assicurazioni, ai piani di questi amministratori. La sfiducia dei mercati e le proteste della piazza dicono questo: nessuno crede più a questa politica. C’è una sintonia tra mercati e giovani: sembrerà un paradosso, ma sembra di leggere in borsa e in piazza un medesimo sentimento di rifiuto. Smettiamola di trincerarci dietro l’idea della speculazione: il mercato non si fida e non apprezza i nostri titoli. Che speculi è ovvio: vuoi guadagnare».
Nel suo libro parla di rivolte in Egitto e in Tunisia, di indignados in Spagna, di scioperi in Grecia. Si potrebbero citare i movimenti che di tanto in tanto si presentano in Italia. Situazione molto diverse, però. Là c’è una domanda di democrazia, altrove è la paura per il lavoro che viene meno a spingere… 
«Io credo invece che in un caso come nell’altro l’obiettivo sia per tutti il malgoverno, che prospera anche nelle democrazie non solo con i tiranni. A questo la gente dice basta. Dice basta ai privilegiati che non si rimettono mai in discussione, alle oligarchie che non arretrano mai d’un passo».
Globalizzazione dell’antipolitica. Tornando al passato, facendo un po’ di storia, dove nasce la crisi?
«Nasce da una cultura liberista che aveva sposato le logiche della deregulation e non aveva posti limiti ai movimenti di capitali. La conseguenza sta nel movimento incontrollato di masse enormi di denaro, che vanno ovviamente là dove di più si può guadagnare e fuggono dove intravvedono il rischio di perdite, mettendo a nudo le debolezze di ogni economia, in particolare scoprendo la drammatica dimensione del nostro debito… Il meccanismo è semplice: non si investono soldi per i nuovi modelli Fiat, li si investe in strumenti finanziari, più sicuri e rapidamente redditizi, fino a quando sembrano garantire un buon ritorno, alimentando però un debito ormai fuori controllo… Poi succede però che i soldi vogliano prendere un’altra direzione».
Pensavamo che l’Europa ci mettesse al riparo…
«L’Europa aiuta, fino a un certo punto. Ma non c’è un’unione politica e non c’è neppure un ministro delle finanze che tenga sotto controllo i conti di tutti e ponga obiettivi di crescita. Ci sono bilanci falsificati. Diciamo che l’Europa è nata male e per interessi divergenti. Ora non si sa che fare : si assiste a una sorta di passaggio delle consegne: dalle grandi banche salvate dalle banche nazionali ai paesi salvati dalla Banca centrale europea. Ma la crisi muta solo inasprendosi. Ora discutono di eurobond. Ma sarebbe un altro ripiego, un modo per traslocare il debito aggravandolo».
C’è frattura tra governi e governati, tra mercati e politica, tra Europa dei pochi privilegiati e dei molti afflitti, tra giovani e lavoro. Dove ci porta questa divisione?
«Ad una più forte conflittualità, alla cui origine sta la mancata crescita. Non c’è sviluppo, si cammina all’indietro, mentre cresce la voglia di protagonismo, di partecipazione, democrazia (e il web ha moltiplicato in modo incontrollabile queste aspirazioni). Un esempio della nostra marcia a ritroso? La scuola, che si apre in questi giorni, è la prova di un generale arretramento. Trenta o quarant’anni fa si discutevano, si immaginavano e si realizzavano forme e contenuti nuovi di insegnamento, ritagliati per una società in evoluzione. E adesso? Siamo alle classi pollaio. Ma questo crea rottura».
Una provocazione per chi si occupa di criminalità economica. Ho sempre pensato che il nostro paese fosse tenuto in piedi dai pensionati e dal «sommerso» (dal lavoro nero alla mafia). Che ne pensa? 
«Il sommerso muove capitali. In questo senso funziona. Peccato che non paghi le tasse… Non solo. Gli effetti sono devastanti, oltre i conti economici, perché il sommerso indebolisce culturalmente lo stato».»
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