Bersani di Piazza e di Coalizione

da http://www.ilmanifesto.it/archivi/fuoripagina/anno/2011/mese/11/articolo/5727/

di Daniela Preziosi

«No, il primo partito del Paese non sarà mai una ruota di scorta», e da Piazza San Giovanni, la piazza democratica – nel senso di iscritti al partito democratico – parte il boato. Volano pallocini bianchi, garriscono le bandiere di partito in quantità industriale e quelle tricolori (tantissime, più che alla festa delle forze armate due piazze più in là). Il voto, di cui qui è vietata anche la parola – mezzo Pd chiede un governo di transizione, il Colle benedice – si avvicina, e Pier Luigi Bersani si candida a guidare il centrosinistra. Ma alla sua maniera «non populista»: «Il senso del guidatore sta nel viaggio di tutti». Fa un po’ grande timoniere, ma gli si deve concedere: è il giorno del segretario, che di rospi fin qui ne ha ingoiati parecchi. E così si sfoga con una lunga tirata contro i leader mediatici: «Basta, abbiamo già dato». Parla a Berlusconi perché Renzi intenda.
«Fiducia», invece, è la sua parola d’ordine. Non quella che Berlusconi rischia di riprendersi fa un paio di settimane, ma il brand che Bersani vuole stamparsi in faccia, come certe solide «réclame» di un tempo, per presentarsi al voto.
Al voto che si avvicina. Lo si vede anche sotto il palco. Enrico Letta allegro come mai («Era annunciata pioggia, ma ci abbiamo lavorato», scherza, e in effetti non è piovuto) insegue gli smottamenti di Berlusconi dallo smartphone. Beppe Fioroni fa da cicerone al vicepresidente della Dc cilena Jorge Burgos – gli ex dc nostrani lo hanno voluto sul palco per ‘riequilibrare’ il socialista francese Hollande e il socialdemocratico tedesco Gabriel -. Burgos fa un gran discorso, la platea lo applaude, ma poi gli canta «el pueblo unido jamas sera vencido». Lucio D’Ubaldo, altro ex dc, si intrattiene con il ‘giovane turco’ Stefano Fassina a proposito dell’autorità finanziaria globale chiesta dal Pontificio Consiglio Justitia et Pax. Meno allegro Walter Veltroni, alla fine non salirà sul palco per correre, fa sapere, ad una commemorazione dello sceneggiatore Furio Scarpelli. C’è Vecchioni e i Marlene Kuntz, ma questo Pd è molto più «canzone popolare» che Jovanotti.

C’è anche Matteo Renzi. Arriva in auto blu e perfetto completo blu fin dentro le transenne, ma i militanti gli urlano di tutto. Una signora soprattutto: «Perché attacchi il tuo partito? Perché vai a cena ad Arcore? Perché non te ne vai?». Lui prova a fare il piacione: «L’idea che io non venga alla manifestazione del mio partito è assurda come quella di non poter esprimere le mie idee». Quella non molla. Si chiama Eleonora De Musso, è fiorentina. «Perché non fai bene il sindaco?». Giornataccia per Renzi. Se ne va appena Bersani attacca. Ma ha la giustificazione: anche lui una commemorazione, quella di La Pira.

Torniamo al palco, e a Bersani che dice: il Pd che non sarà una ruota di scorta. È quello che i militanti, tantissimi, arrivati da tutta Italia vogliono sapere. La frase che dice tutto: che il Pd non farà da stampella a un governo ribaltonista, che il Pd non regala la premiership ad un leader di partito centrista (leggasi Casini). Che il Pd ci prova: «Per la ricostruzione del paese noi chiediamo agli italiani di essere messi alla prova del governo. Mostreremo di saper essere quel partito riformista e di governo che l’Italia aspetta». Ci prova con un’alleanza, di progressisti e moderati, dice Bersani. Ma poi fa l’appello, ed è un centrosinistra: «Pd, Sel, Idv e Socialisti», pausa, «insieme alle culture radicali e ambientaliste».Tradotto: un primo cerchio per il governo, un secondo cerchio con radicali, sinistra sinistra e Verdi. Poi magari i pannelliani si lamenteranno di essere stati nominati come aggettivi anziché sostantivi; i comunisti di non essere stati nominati. E un po’ si lagnerà anche Bonelli, che è venuto in piazza e si tuffa a farsi fotografare fra Letta, Antonio Di Pietro e Riccardo Nencini. Ma il Nuovo Ulivo e compagnia è fatto.

«Sono contento di poter annunciare qui che abbiamo fatto passi avanti nella costruzione di un centrosinistra di governo; sia nel lavoro programmatico, sui punti più delicati; sia per l’allestimento di un meccanismo del tutto nuovo che garantisca la stabilità della maggioranza parlamentare; sia per i percorsi di partecipazione popolare, per l’indicazione della leadership del centrosinistra e sia, infine, per una proposta politica comune aperta alle forze moderate».
«Berlusconi vada via», ripete, ridaremo dignità al paese. Quanto al governo di transizione Bersani dice un sì con tanti, troppi se: «Se c’è discontinuità, se c’è una credibilità internazionale e interna, siamo pronti assieme a tutte le opposizioni a prenderci le nostre responsabilità». E comunque «sarebbe un passaggio di transizione, l’avvicinamento ad un ciclo più radicale e impegnativo di cambiamento che potrà avvenire solo con il concorso attivo e l’assunzione di responsabilità e condivisione dei cittadini elettori», insomma solo con il voto si fa «la ricostruzione».

Quanto al programma: costi della politica a livello europeo, riforma della pubblica amministrazione, liberalizzazioni («Noi le sappiamo fare, non questa destra tutta chiacchiere e distintivo», meno flessibilità («non la si può chiedere solo ai lavoratori, non si può tenere un giovane a tirocinio per anni senza che prenda un euro»). E riforma fiscale: «L’evasione deve pagare, i patrimoni rilevanti e le grandi ricchezze devono pagare. Non può pagare solo chi sta pagando adesso e chi ha pagato fin qui, non si può dare addosso solo al lavoro, ai pensionati, alle famiglie». A proposito, c’è Susanna Camusso in piazza e alla fine sale anche sul palco, per la foto di famiglia


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