Monti, il piccolo dittatore

tratto da:  http://www.contropiano.org/it/news-politica/item/7745-monti-il-piccolo-dittatore

di Dante Barontini

A Cernobbio Monti distrugge le illusioni di Pd, Cgil e “pontieri”: il testo della “riforma” non cambia. E la democrazia non esiste più. Nemmeno nella retorica.
Intorno al testo della “riforma” del mercato del lavoro – generico, senza “articolato” (ossia non tradotto in articoli e commi di legge), giusto “linee guida” – si erano subito addensate le manvre correttive. Troppo grave il fatto che la Cgil sia stata tenuta fuori per una questione di centimetri (Camusso era pronta a firmare tutto, ma non poteva accettare quella formulazione sui licenziamenti per “motivi economici” senza rischiare l’esplosione della sua organizzazione), troppe difficoltà per un Pd altrettanto sull’orlo dell’implosione, troppe preoccupazioni cattoliche (dal Vaticano alla Cisl) per ricucire concedendo poco o nulla.
Si era dunque creata l’impressione che “qualcosina” si poteva correggere, non “cambiare”, nello spirito secolare dell’aggiustamento italico, del compromesso al massimo ribasso pur di salvare la faccia a tutti i protagonisti di una “trattativa” che non c’è mai stata.
Ma non è questa l’interpretazione che il blocco di interessi che ha assunto il governo dell’Italia vuol far passare. Lo spirito dell’”ordine nuovo” è chiarissimo: qualcuno deve perdere e tutti lo devono sapere.
Questo qualcuno è il lavoro e chi – onestamente o truffaldinamente – lo rappresenta. Il programma politico si chiama deflazione salariale, impoverimento, schiavizzazione del lavoro dipendente, scomparsa del sindacato come soggetto rappresentativo di interessi diversi da quelli dell’impresa. Su questo non devono esserci dubbi, altrimenti il compito del governo attuale sarebbe svolto soltanto a metà. Bisogna realizzare insomma delle “riforme strutturali” che distruggano il “modello sociale europeo”, e qualcuno deve essere messo per sempre fuori gioco. Anche se è soggettivamente disposto a fare il complice, (come Cisl e Uil) o dare il minimo istituzionale del fastidio, come la Cgil. Qui comanda il capitale e non c’è nessuna “Repubblica fondata sul lavoro”. Questo il senso.
Niente impressione di “inciuci”, di mezze vittorie, di pareggi stentati; dal campo della “riforma” deve uscire uno sconfitto a testa china, piegato, svuotato di energie e orgoglio. Soprattutto senza illusioni di rivincita.
Il discorso di ieri a Cernobbio del cosiddetto presidente del consiglio, Mario Monti, è per molti versi inequivocabile. Nessuna “intromissione” sarà ammessa; il testo della “riforma” è stato approvato “salvo intese”, è vero, ma “non significa che forze importanti che abbiamo ascoltato ma esterne al governo, possano in qualche modo intervenire”. Vale per i sindacati ed anche per quei fantasmi ancora impropriamente chiamati partiti.
Quel che è fatto è fatto ed ora ci sarà spazio solo per “un processo di affinamento di un testo complesso che non è aperto a contributi esterni”. “E’ il Parlamento a decidere se farlo cadere, approvarlo in blocco o modificarlo”. La formula sembra lasciare aperto uno spiraglio, ma è solo un geroglifico sul muro. Monti non può dire – in regime di democrazia parlamentare formale – che nemmeno il Parlamento ha più il potere di correggere il governo. Ma questo significa.
Del resto, tra Montecitorio e Palazzo Madama girano centinaia di “nominati” che hanno un unico desiderio: restare lì ancora un anno, perché sanno benissimo che la loro “carriera politica” è finita. Nessuno mai li ricandiderà e fino alla fine voteranno sì a qualsiasi cosa. Non un Berlusconi che, ottenuto il necessario salvacondotto giudiziario (non un processo a suo carico arriverà in porto, con buona pace dei “legalitari” che hanno brindato alla nascita di questo governo come se fosse una vittoria), ha già lasciato il proscenio. Non l’opposizione inesistente, non il “grande centro” in formazione. I “politici” del prossimo Parlamento saranno pre-selezionati sulla base dell’internità o meno a un gruppo non troppo vasto di funzionari dell’”ordine nuovo”. Gente che passa abitualmente tra Milano, Bruxelles, Francoforte e Strasburgo, non certo tra Corleone o Casal di Principe, né tra Casalbertone e Primavalle.
“Questa strana formula, ‘salvo intese’, significa salvo intese fra i membri del governo e il capo dello Stato”. Il cerchio della decisione è delineato con freddezza: nessun altro potrà “concorrere” a definire le scelte.
“Qualunque sia l’esito di questo governo, che mi auguro sia positivo, non cercherò il consenso che non ho cercato fino ad adesso”, ha sottolineato Monti, “a differenza degli altri uomini e donne politici e politiche non ho cercato questa posizione”.
Formulazione davvero originale. Non sono stato io a voler assumere questo ruolo, mi ci hanno mandato e ho un mandato che non viene dalla composizione dei diversi interessi sociali presenti in questo paese. Vengo da Marte e rispondo a Marte. Il mio consenso lo cerco lì e voi vi dovete ciucciare quel che lì è stato deciso per voi. Punto.
Chiamare questo “democrazia”, ci sembra decisamente una presa per i fondelli.
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