Quan che al Tessera gh’era amò la scighera.

Nel 2008 probabilmente sarà ricordato il quarantesimo anno del quartiere Tessera. Nel 1968 infatti arrivarono i primi consistenti nuclei di abitanti del quartiere. Ma forse non tutti sanno che il quartiere venne abitato, primi tra tutti, dagli 8 custodi delle case popolari IACPM.  Alla fine del 1967 c’erano solo le case popolari, allora rivestite di mattoncini rossi e gialli, che poi vennero coperti, nel 1990, dall’attuale rivestimento multicolor. Nel mese di novembre le 8 portinerie vennero consegnate ai custodi ed alle loro famiglie. La mia famiglia ne prese possesso alla metà del mese. Un mese dopo avrei compiuto 10 anni. I miei ricordi sono netti. Prima abitavamo al q.re Zingone, dove avevo fatto i primi 4 anni delle scuole elementari e mia sorella i primi tre. Quando arrivammo al Tessera per alcuni mesi mia sorella ed io fummo tra i pochissimi bambini presenti. Ma la situazione, dal nostro punto di vista, era molto interessante. Il quartiere era ancora completamente circondato dal filo spinato del cantiere. L’unica uscita era una barra che si alzava ed abbassava e che permetteva di accedere alla Vigevanese. Era ubicata più o meno dove adesso c’è il semaforo di accesso al quartiere. Ma a noi non serviva andare così lontano. Dove adesso c’è il parchetto c’era il deposito dei materiali del cantiere. Ricordo montagne di assi, che qualcuno utilizzò per creare degli scaffali nella propria cantina. C’erano pigne di piastrelle di linoleum e, quando cominciarono ad aprire i negozi, qualche ragazzo più intraprendente scoprì che si potevano ritagliare finte monete da 10 lire che permettavano di  far funzionare la macchinetta delle cicche. 10 lire, tre palline di cicca. Ma, con le finte monete di linoleum. le risparmiavamo.  Nel ‘67 tutti gli appartementi erano vuoti, come vuote erano pure le cantine. Essendo custodi avevamo le chiavi per accedere al tetto, da cui si poteva vedere il panorama: Milano e le sue case da una parte, la campagna dall’altra. Insomma, non ci si annoiava di certo, dopo la scuola.  La nostra prima scuola al Tessera fu la baracca dove adesso ci sono le associazioni: il circolo dei sardi, l’ARCI. Immagino che originariamente servisse agli operai che costruirono il quartiere. In quella baracca presi il diploma di scuola elementare e la licenza media, tre anni dopo. Intanto IACPM stava assegnando le case. Ogni giorno arrivavano gli assegnatari a vedere l’appartamento. Il clima era di festa. Gli assegnatari erano giovani, contenti di poter scegliere una casa. Io avevo spesso il compito di accompagnarli e loro mi chiedevano dei collegamenti con Milano, se c’erano i negozi, le scuole. Quasi sempre ci scappava una piccola mancia.
Ricordo la prima chiesa del quartiere: una baracca di legno. Don Giovanni, il primo parroco la arredò con una croce, fatta con le assi del cantiere. Chiamò alcuni giovani studenti della Statale per organizzare un doposcuola dentro la Chiesa. Ricordo questi ragazzi: alcuni avevano i capelli e la barba  molto lunghi. Erano i “contestatori” del Movimento Studentesco milanese. Qualcuno veniva con delle vecchie Moto Guzzi, di quelle che funzionano ancora adesso. A loro si poteva domandare qualsiasi cosa, anche quello che non si osava chiedere ai genitori o alle maestre, loro ci rispondevano sempre. Si vede che tutto questo infastidiva qualcuno, o forse fu qualcosa d’altro che non ho mai saputo, ma un giorno la Chiesa del Tessera bruciò. Ne fu costruita un’altra, prefabbricata, e dopo alcune vicissitudini con i parroci che subentrarono a Don Giovanni, arrivò Don Romeo. Di Don Romeo serbo un ricordo molto grato perchè organizzò la Casa Alpina. Ci portava, d’estate, per due settimane nella Val Devero, un posto che ancora oggi considero tra i più belli al mondo. Qui si viveva in comunità. Tutti facevano dei turni di servizio, per aiutare in cucina, apparecchiare, sparecchiare. Ma sopratutto ogni giorno ci portava su sentieri e mulattiere, per valli, ruscelli e cascate. Ci insegnò insomma l’amore per la montagna. L’ultimo anno che andai, organizzò un escursione di due giorni. Ci portammo tutto a spalla, tende, cibo. Dormimmo su un ghiacciaio. Piantammo la tenda sul ghiaccio e ci dormimmo, è ancora uno dei miei ricordi più belli.
Don Romeo praticava e faceva praticare anche a noi , quello che oggi chiamano trekking, già 40 anni fà.
Ma torniamo al q.re Tessera. Il nome del quartiere deriva dalla cascina che, nel 1967 e per alcuni anni seguenti, era ancora operativa. Quando ero già adulto venne organizzata un’assemblea, forse era il ventennale del quartiere. Era presente il Sig. Alfredo Vuminio, che subito dopo la guerra e nei primi anni del Tessera fu sindaco di Cesano Boscone. Raccontò, lo ricordo molto bene, come nacque il quartiere e perchè. In sintesi: quando, credo nei primi anni ’60, venne costruita quella che ancora si chiama Nuova Vigevanese, qualcuno pensò bene che tutto il terreno intorno sarebbe aumentato di valore. Rintracciò le proprietarie, due sorelle anziane ricoverate in un istituto religioso, e le convinse a vendere. Quindi rivendette a sua volta allo IACPM che in quegli anni costruiva molte case popolari. Erano gli anni in cui c’era una forte immigrazione a Milano, e occorreva dare un alloggio a tutta la mano d’opera di cui le industrie milanesi necessitavano. Ovviamente il guadagno economico di queste operazioni era nettamente superiore a quello che poteva garantire l’uso agricolo dello stesso terreno. La solita storia insomma, che si ripete anche oggi.  Ecco perchè la cascina Tessera morì e nacque il quartiere. Ma non morì subito. Per alcuni anni continuò ad operare. E noi andavamo a comperare il latte appena munto, le uova, le galline e i conigli da mangiare. Anche questo era compito mio, per la mia famiglia e per qualche vicina. Si perchè quelli erano ancora tempi in cui coi vicini si parlava. A volte sentivi suonare alla porta ed era qualcuno, o meglio era qualche signora che ti voleva fare assaggiare la sua pasta la forno, o i suoi dolcetti. Siccome le persone provenivano da tutte le parti d’Italia, avevamo l’opportunità di assaggiare specialità pugliesi, siciliane, venete e così via. Se vi raccontassi che a quei tempi il quartiere era pieno di bambini e di ragazzi di tutte le età, forse qualcuno stenterebbe a crederlo. Eppure era così. Le sere d’estate le strade, specialmente la via Gramsci nella parte finale, erano piene di gruppetti di ragazze e ragazzi. Naturalmente la cosa creava qualche piccolo problema con chi voleva andare a dormire presto. Perchè i ragazzi non riescono mai, nemmeno oggi vedo, a sussurrare. Insomma c’era un pò di schiamazzo ed ogni tanto arrivava giù una secchiata di acqua fresca. Le macchine erano così poche che ricordo pomeriggi interi passati a giocare a pallone, vere e proprie partite, in mezzo alla strada. Quando passavano tre macchine in un pomeriggio, ci seccavamo pure: “insomma, ancora una macchina che deve passare…”. Impensabile oggi.
Il campo “ufficiale” di pallone era dove adesso c’è la nuova Chiesa. Anche li abbiamo passato pomeriggi interminabili. A fianco c’era la cascina e il recinto con i vitelli. Guadagnai una non voluta popolarità quella volta che, sbagliando la mira, anzichè spedire la palla verso la porta avversaria, la spedii dai vitelloni.  Il calcio non era cosa per me.
Quanti ricordano il gennaio 1968? Nella Valle del Belice in Sicilia, ci fu un terribile terremoto. Molti morti, case distrutte. Una catastrofe che coinvolse tutta l’Italia. Ricordo come fosse successo ieri, il pomeriggio di marzo quando arrivarono i “terremotati”. Parte delle case del quartiere venne infatti destinata a chi aveva perso tutto a causa del terremoto. Arrivarono in un pomeriggio di inizio primavera; cielo azzurro, un vento freddo che puliva l’aria, sole. Chissà quanto avevano viaggiato prima di scendere dai pulmann blu dell’ATM, quelli che passavamo sulla Vigevanese e facevano capolinea nel piazzale Aquileia di Milano. Credo che la maggior parte di loro si sia poi trattenuta a Milano, dove all’epoca non era difficile trovare un lavoro. Non ricordo particolari problemi legati alla loro presenza, anche se di mormorii negativi ne sentii tanti. Curiosamente, erano dello stesso tipo di quelli che anni dopo furono usati a proposito degli immigrati extracomunitari.
Insomma, potrei andare avanti ancora per molto se dessi corda alla memoria.
Ad esempio potrei ricordare che in fondo a via Gramsci, dove iniziava ed inizia ancora la campagna, i prati erano a marcita. Allora non sapevo quanta storia, quanta importanza, quanto impegno ci fosse in un campo a marcita e guardavo questi prati sempre verdi anche d’inverno, pieni di acqua che scorreva senza ghiacciare mai, come ad una cosa normale. Oggi la marcita è quasi scomparsa e mi spiace. Chissà che non dipenda anche da questo, dalla scomparsa delle marcite, l’assenza, negli ultimi anni, della “scighera”. La nebbia per cui la valle padana era così famosa. Ricordo giornate e giornate di una nebbia così fitta che non si riusciva a vedere a due metri davanti il proprio naso. Per non parlare delle notti: una sera la signora Ines, che aveva una latteria in fondo a via Lorenteggio, arrivò in via Gramsci dove abitava e parcheggiò. Uscendo dalla vettura si sentì interrogare da un altro autista: “Signora” le disse questo, “ma perchè si è fermata?”. E la Signora Ines: “perchè io abito qui”. Si accorse poi che c’era una coda di diverse auto che l’aveva seguita.
La nebbia era tanto fitta che i guidatori riuscivano a malapena a vedere le luci dell’auto che li precedeva. L’avevano seguita fino alla fine della via Gramsci.
Potrà sembrare strano, ma a me piacevano quelle giornate così nebbiose. E non credo di essere il solo.
Non voglio dimenticare i problemi che ci sono stati. La delinquenza che era presente, i due bar dove spesso, troppo spesso, scoppiavano liti violente. Ma queste cose all’epoca non erano certo troppo importanti per me. Erano cose che riguardavano i grandi. Noi, pre adolescenti e poi ragazzi eravamo troppo concentrati su noi stessi e sul nostro mondo per accorgercene davvero.
Capitolo a parte riguarda l’organizzazione del quartiere, scuole, negozi, servizi. Ricordo bene che a Tessera ogni cosa fu conquistata a caro prezzo. Per avere un semaforo sulla Vigevanese, per avere i negozi (uno dei pochi rimasti dai primissimi tempi è la salumeria del Sig. Giorgio), per le scuole, per la fermata del pulmann, per ognuna di queste cose i cittadini dovettero mobilitarsi ed occupare per ore la Vigevanese. Personalmente ricordo queste occupazioni come una festa. Se hai 10 o 13 anni ogni cosa “insolita” è un avvenimento curioso e divertente. Certo non fu proprio una festa per chi dovette subire i processi seguenti queste occupazioni. Ma lì emerse un gruppo di persone che organizzarono quelle sacrosante lotte e che negli anni successivi avrebbe guidato la vita politica cesanese. Sarebbe bello cedere a loro la parola, se volessero ricordarci quegli anni dal loro punto di vista.
Walter Zucchelli
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Una risposta a Quan che al Tessera gh’era amò la scighera.

  1. Gianmaria Vitaloni ha detto:

    Buongiorno, sono discendente dei penultimi proprietari della cascina, i miei trisnonni Stabilini. Già da tempo della nostra famiglia Cesare se ne occupò dal 1890 agli anni 50′ e fu a lungo podestà di Corsico. Investî in attività finanziarie che andarono in bancarotta con la crisi del ’29. Negli anni cinquanta si trasferì dalla mia bisnonna a Porta Vigentina e vendette. Gli ultimi terreni furono venduti alla sua morte nel 1960 circa.
    Avendo abitato fino a 20 anni con la bisnonna che vi era cresciuta, grazie ai suoi racconti sono molto legato a questa memoria. Quindi mi fa molto piacere leggere i suoi ricordi e poter aggiungere qualche ricordo del periodo precedente.
    Cordialmente
    Gianmaria Vitaloni

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