La bolla universitaria. Un articolo del 2001 che spiega alcune cose sulle università USA.

di Malcolm Harris   qui l’articolo
 
Negli Stati Uniti andare all’università è sempre più costoso. E anche se
ottenere un finanziamento per pagarsi gli studi è facilissimo, la laurea non è
più una garanzia per trovare un posto di lavoro. Così il debito degli studenti
aumenta.

Il Project on student debt, che valuta i costi dell’istruzione negli Stati
Uniti, ha calcolato che nel 2009 gli studenti statunitensi si sono laureati con
un debito medio di 24mila dollari. Nell’agosto del 2010 i prestiti agli
studenti hanno superato le carte di credito come maggiore fonte di debito del
paese, avvicinandosi a mille miliardi di dollari. Quando si parla del debito al
consumo, i politici, sia democratici sia repubblicani, assumono subito un
atteggiamento moralistico. Ma nessuno ha il coraggio di dire che l’istruzione
universitaria è un cattivo investimento. La convinzione che una laurea
rappresenta un vantaggio per la società americana ha permesso la crescita di
una bolla dell’istruzione universitaria che adesso sta quasi per scoppiare.

Dal 1978 le tasse dei college statunitensi sono aumentate di oltre il 900 per
cento, 650 punti più dell’inflazione. Per capirne meglio le proporzioni, basta
pensare che l’aumento del prezzo delle case – la bolla immobiliare che ha
mandato in crisi prima l’economia statunitense e poi quella mondiale – è stato
solo di 50 punti rispetto all’indice dei prezzi al consumo. Ma mentre la
fiducia degli studenti nell’istruzione universitaria è aumentata, quella dei
datori di lavoro è diminuita. Secondo Richard Rothstein dell’Economic policy
institute, al di fuori del mercato gonfiato della finanza i salari dei laureati
sono rimasti fermi o sono diminuiti. La disoccupazione ha colpito in modo
particolare i neolaureati, e dopo la recessione del 2007 è quasi raddoppiata.
Il risultato è che la generazione più indebitata della storia americana non
trova un lavoro che le permetta di estinguere i suoi debiti.

Per quale motivo, allora, i finanziatori continuano a concedere somme a cinque
zeri a giovani che vanno incontro a uno dei tassi di disoccupazione più alti
degli ultimi decenni e a un mercato del lavoro globale sempre più competitivo?
Nel caso della bolla immobiliare, le banche si sentivano protette perché
potevano trasformare i prestiti a rischio in titoli garantiti dai mutui
ipotecari, facili da vendere in un mercato convinto che i prezzi delle case
potessero solo salire. Combinando prestiti diversificati a seconda delle
regioni (quindi, in teoria, distribuendo il rischio), le banche riuscivano a
convincere le agenzie indipendenti di rating che i loro prodotti finanziari
erano sicuri. Ovviamente non lo erano. Ma dato che non saremmo americani se non
potessimo monetizzare il futuro dei nostri figli, nel settore dell’istruzione
quei prodotti finanziari esistono ancora. Sono gli student loan asset-backed
securities, o Slabs.

Gli Slabs sono stati inventati nei primi anni novanta dall’ex colosso del
rifinanziamento dei mutui Sallie Mae e si sono diffusi nell’ambito dell’ondata
di asset-backed security (titoli negoziabili emessi a fronte di operazioni di
cartolarizzazione) che ha raggiunto il culmine nel 2007. Nel 1990 circolavano
Slabs per un valore di 75,6 milioni di dollari; al loro apice hanno superato i
duemila miliardi. Il valore degli Slabs scambiati è passato da 200mila dollari
nel 1991 a quasi 250 miliardi nel quarto trimestre del 2010. Però lo scambio di
titoli garantiti da carte di credito, finanziamenti per l’acquisto di
automobili e mutui fondiari è diminuito di circa il 50 per cento, mentre gli
Slabs non hanno subìto la stessa sorte. Sono ancora considerati investimenti
sicuri, tanto che i consulenti finanziari li vendono ai fondi pensione e agli
anziani. Ai finanziatori non è parso vero di trovare un mercato secondario così
fiorente, e non hanno avuto alcun problema a sostenere le spese fuori controllo
degli studenti. Oltre a sapere che possono liberarsene facilmente, hanno anche
un altro motivo per non preoccuparsi: le garanzie federali.

Con il programma federale di prestiti alle famiglie per l’istruzione (Federal
family education loan program o Ffelp) che è appena stato chiuso, il tesoro
degli Stati Uniti aveva deciso di garantire i prestiti privati agli studenti
universitari. Questo significava che anche nell’eventualità di un crollo del
mercato e di un’ondata anomala di insolvenze, il governo aveva previsto per
legge il salvataggio delle banche che avevano erogato i prestiti. Come se non
bastasse, nel maggio del 2008 il presidente Bush ha firmato l’Ensuring
continued access to student loans act, che autorizzava il dipartimento dell’
istruzione ad acquistare direttamente i Ffelp nell’eventualità di un calo della
domanda.

Nel 2010, per compensare i costi della riforma sanitaria, Barack Obama ha
interrotto il programma, che però era ormai diventato un affare da 60 miliardi
di dollari all’anno. Anche se il tesoro ha smesso di garantire i prestiti, gli
Slabs continueranno a essere concessi ancora per parecchio tempo. Quello che
hanno scritto gli analisti di Barclays Capital nel 2006 sembra ancora valido:
“Per questo settore prevediamo una crescita sostenuta del volume delle
concessioni perché l’aumento dei costi dell’istruzione continua a superare
quello dei redditi delle famiglie, delle borse di studio e dei prestiti
federali”.

A scopo di lucro
Prestiti e costi sono entrati in quel tipo di circolo vizioso che si verifica
quando prestare diventa remunerativo e al tempo stesso apparentemente privo di
rischi: il continuo aumento delle tasse universitarie significa che gli
studenti devono chiedere più soldi in prestito, più prestiti significano che le
banche possono creare più pacchetti di titoli da vendere, più vendite
significano che le banche hanno più capitale da prestare e quindi le università
possono continuare ad aumentare i costi. Il risultato è che gli studenti sono
indebitati per 800 miliardi di dollari, più del 30 per cento dei quali sono
convertiti in titoli negoziabili, e il governo federale ne è direttamente o
indirettamente garante.

Se tutto questo vi suona familiare, è normale, e i paralleli con il mercato
immobiliare alla vigilia della crisi non finiscono qui. Il corrispettivo dell’
aspetto più deteriore del mercato dei subprime sta nelle università private a
scopo di lucro. Un tempo erano le disuguaglianze nell’istruzione primaria e
secondaria a impedire a una grossa fetta della classe lavoratrice di affrontare
i costi delle lauree quadriennali. Oggi istituzioni private come l’università
di Phoenix o la Kaplan sono la risposta del mercato a questo problema.

Se per i corsi quadriennali il debito è alto, le cifre per le università a
scopo di lucro che offrono corsi biennali sono apocalittiche: il 96 per cento
dei loro studenti si accolla un prestito e dopo quindici anni il 40 per cento
non è ancora riuscito a estinguerlo. Nel 2010 il Government accountability
office ha avviato un’indagine sul loro funzionamento: gli agenti hanno finto di
essere studenti e hanno scoperto che le quindici istituzioni a cui si sono
rivolti usavano tecniche di reclutamento e finanziamento ingannevoli, mentre in
quattro casi si trattava di vere e proprie truffe. È emerso che le università
pagavano i reclutatori, li sceglievano sulla base di false credenziali,
camuffavano i costi reali e incoraggiavano i candidati a mentire quando
compilavano i moduli per il sussidio federale.

I corsi dei college a scopo di lucro non sono affatto convenienti come
dichiarano gli spot televisivi, anzi sono quasi tutti più costosi delle loro
alternative non profit. E per riuscire a vendere le loro lauree spendono un
capitale in pubblicità. Come nel caso della crisi immobiliare, anche in questo
settore è difficile capire quali sono le mele marce. Le istituzioni a scopo di
lucro hanno subito cercato l’appoggio dei poteri tradizionali nel mondo dell’
istruzione, della politica e dei mezzi d’informazione. Richard C. Blum,
consigliere d’amministrazione della California University (e marito della
senatrice californiana Dianne Feinstein), tramite la sua società di
investimenti è anche l’azionista di maggioranza di due dei più grandi college a
scopo di lucro degli Stati Uniti. La Washington Post Company possiede la Kaplan
higher education, e costringe il Washington Post a pubblicare articoli con
imbarazzanti apprezzamenti sulle università a scopo di lucro. L’università
leader del settore, quella di Phoenix, è addirittura entrata in società con la
rivista Good, finanziando un redattore specializzato nei temi dell’istruzione.
Grazie a questi contatti, ai miliardi spesi in pubblicità e ai quasi nove
milioni di contributi alle lobby e alle campagne elettorali solo nel 2010, nell’
ambito dell’istruzione statunitense il settore delle università a scopo di
lucro cresce più di ogni altro.

Il valore dell’istruzione
Cosa ci ha insegnato la crisi immobiliare? Cosa succede quando i ragazzi non
possono pagare? Il governo federale raccoglie solo i dati degli studenti morosi
nei primi due anni di restituzione del finanziamento, ma dal 2005 a oggi la
percentuale di quelli che non riescono a pagare è aumentata ogni anno. Secondo
gli analisti, solo il 40 per cento è in regola con i pagamenti, gli altri hanno
chiesto una proroga o non pagano. L’anno prossimo il dipartimento dell’
istruzione calcolerà il tasso di morosità sulla base di tre anni dall’inizio
delle rate anziché due. Secondo le proiezioni, i risultati saranno
sconcertanti: la morosità della classe 2008 passerà dal 7 al 13,8 per cento.

Poiché sempre meno studenti hanno il reddito necessario per restituire i
prestiti (se non facendo altri debiti), la morosità di massa sembra
inevitabile. A differenza di quanto è accaduto durante la crisi dei mutui, la
risposta del governo a un’eventuale bolla dell’istruzione universitaria è già
scritta nella legge. Se non può restituire un prestito garantito dallo stato,
il titolare presenta una richiesta a una cosiddetta agenzia di garanzia
statale, che a sua volta la gira al governo federale.

Il contributo federale è legato al tasso di morosità annuale dei clienti che
si rivolgono all’agenzia: per i prestiti emessi dopo l’ottobre 1998, se il
tasso supera il 5 per cento, il rimborso scende all’85 per cento del capitale e
degli interessi maturati, se supera il 9 per cento, cala al 75 per cento. Ma i
tassi delle agenzie di garanzia sono calcolati in modo da non riflettere il
vero tasso di morosità degli studenti. Tra tutte le agenzie che hanno chiesto
il rimborso federale l’anno scorso, nessuna ha raggiunto il fatidico 5 per
cento.

Con tutte queste protezioni alle spalle, gli Slabs sono un investimento
migliore di quanto lo fossero la maggior parte dei titoli garantiti dagli
immobili. Il vantaggio del salvataggio preventivo è che spesso non è
necessario: se gli investitori sanno di essere protetti dai rischi hanno meno
motivo di innervosirsi quando i titoli scendono, e quindi è meno probabile che
si verifichi un crollo speculativo. Nel peggiore dei casi è il governo che paga
per mandare al college gli studenti e, a parte l’arricchimento dei finanziatori
privati ​​e degli speculatori, questo non sarebbe un gran male se si crede nell’
intervento dello stato, nell’istruzione gratuita o anche negli stimoli fiscali
keynesiani.

Ma finora abbiamo esaminato solo una faccia della medaglia. Non c’è dubbio che
gli studenti che prendono un prestito attribuiscono un grande valore all’
investimento che vogliono fare. Se un ragazzo di 18 anni prende in prestito
200mila dollari, non può permettersi di fare un cattivo investimento. L’
istruzione superiore può sembrare un terreno improbabile per una bolla
speculativa simile a quella immobiliare. Mentre il prezzo delle case si basa su
quanto i potenziali acquirenti in competizione tra loro sono disposti a pagare,
si presume che il prezzo dell’istruzione universitaria sia legato ai suoi costi
(fatta eccezione per le università a scopo di lucro). Ma il rapido aumento
delle tasse universitarie non corrisponde al valore dell’istruzione: nessuno
può sostenere che la qualità dell’insegnamento o il valore di mercato di una
laurea sono aumentati di dieci volte negli ultimi quarant’anni. Allora perché
le università aumentano le tasse così tanto e così spesso? “Perché possono
farlo” è una risposta che può andar bene per i proprietari di casa che vogliono
ottenere il massimo dai loro investimenti, o per le università a scopo di lucro
che cercano di avere più soldi dallo stato, ma sembra una risposta
terribilmente cinica nel caso dell’istruzione non profit.

Innanzitutto i soldi non vengono usati per migliorare la qualità dell’
insegnamento. Come ha scritto Marc Bousquet, un ricercatore che studia il
funzionamento dell’istruzione universitaria, in How the university works: “Se
in questo momento siete iscritti a quattro corsi, ci sono buone probabilità che
uno sia tenuto da una persona che ha un dottorato e che sul piano
professionale, della preparazione e del servizio, non ha subìto i controlli
normalmente riservati ai titolari di cattedra. A tenere gli altri tre corsi,
invece, potrebbe esserci qualcuno non ancora laureato, che è stato scelto da un
dirigente amministrativo e non dai professori di ruolo, che forse non
pubblicherà mai nulla sulla materia che insegna, che è nella rosa di possibili
candidati perché è disposto a lavorare per un salario da fame (spesso nell’
illusione di poter prima o poi arrivare a una cattedra) e che non ha intenzione
di rimanere in quell’università per più di tre anni”.

Obiettivi da manager
Questo non si può certo definire un miglioramento. Circa quarant’anni fa,
quando le tasse universitarie hanno cominciato ad aumentare a ritmi
esponenziali, le proporzioni erano invertite. Oggi una buona percentuale degli
insegnanti precari che lavorano nelle università è formata da studenti appena
laureati. Con i debiti che hanno, le università li possono costringere ad
accettare un salario inferiore al minimo: sono una grande fonte di manodopera
didattica a buon mercato. E poiché ci sono meno possibilità di ottenere una
cattedra, i giovani che hanno un dottorato di ricerca, travolti dai debiti,
possono solo accettare incarichi precari e salari tenuti bassi dal nuovo
esercito di laureandi-lavoratori. Invece di produrre un corpo insegnante più
preparato e più professionale, l’aumento delle tasse e dei debiti ha ottenuto
il risultato opposto.

Ma se gli insegnanti ben pagati non sono né l’origine né i destinatari dell’
aumento delle tasse, forse vale la pena di vedere chi c’è in cima alla
piramide. Mentre gli incarichi didattici sono diventati sempre più precari e
mal pagati, non si può dire lo stesso di quelli amministrativi. In passato, gli
amministratori erano in genere docenti con qualche responsabilità in più. Oggi
somigliano ai manager delle grandi aziende, e ricevono stipendi simili. Alcune
università piene di spirito imprenditoriale hanno introdotto questo
cambiamento, e le pressioni del mercato hanno costretto le altre a seguire l’
esempio, pagando stipendi da capogiro per i tanto richiesti amministratori.

Anche nei college senza scopo di lucro gli amministratori di alto livello e i
responsabili finanziari portano a casa stipendi a cinque o sei zeri, più vicini
a quelli dei loro colleghi dell’industria che a quelli dei docenti. E mentre la
percentuale dei professori che possono aspirare a una cattedra è diminuita, il
numero dei dirigenti è salito alle stelle, in termini sia relativi sia
assoluti. Se continuerà così, il dipartimento della pubblica istruzione calcola
che entro il 2014 nelle università senza scopo di lucro che offrono corsi
quadriennali ci saranno più amministratori che docenti. Un settore
amministrativo più grande consuma anche una fetta maggiore dei fondi
disponibili, quindi è comprensibile che negli ultimi quindici anni le quote di
bilancio per i docenti e i servizi agli studenti siano diminuite.

Quando si assumono manager aziendali, si finisce per essere gestiti come un’
azienda. Così, la gara per ottenere fondi dal governo e dai privati ​​è
diventata l’obiettivo principale delle amministrazioni universitarie. Sia le
grandi università statali sia i college privati d’élite non sono più
interessati (se lo sono mai stati) a formare dei cittadini istruiti. Non si
preoccupano quasi più nemmeno di formare la futura classe dirigente.
Prevalgono, per usare le parole di Bousquet, “le istanze imprenditoriali, la
vanità e le manie degli amministratori: digitalizzare il curriculum! Costruire
la piscina/il campo da golf/lo stadio migliore dello stato! Portare più anime a
Dio! Vincere il campionato interuniversitario!”. Questi costosi progetti fanno
parte di un nuovo ciclo: le università-azienda devono essere competitive nel
reclutare gli studenti che potrebbero diventare ricchi ex alunni, quindi devono
spendere in attività extracurricolari interessanti, il che significa che hanno
bisogno di più soldi, e quindi di più studenti che pagano.

I college a scopo di lucro non sono gli unici fissati con la vendita del loro
prodotto. E se un corso di studi umanistici non riesce a dimostrare la sua
utilità economica per l’università (che non può permettersi di avere “pesi
morti”) e per gli studenti (che capiscono la necessità di una laurea spendibile
sul mercato), allora subisce dei tagli: la strategia di gestione neoliberista
per eccellenza. Gli studenti sembrano aver recepito il messaggio, perché la
laurea in economia è diventata la più popolare del paese.

Quando nel suo discorso sullo stato dell’unione Barack Obama ha parlato della
necessità di mandare più americani all’università, l’ha fatto nel contesto
della competizione economica con la Cina, come se sfornare laureati equivalesse
a produrre acciaio. Da quando il tirocinio non retribuito per accumulare
crediti (in cui praticamente gli studenti pagano le tasse per lavorare gratis)
sostituisce sempre più le ore di lezione, l’università commerciale borghese sta
soppiantando l’accademia. Anche i genitori, comprensibilmente preoccupati,
incoraggiano i figli ad avere innanzitutto un curriculum attraente. Per gli
studenti era più facile credere che l’istruzione universitaria avesse un valore
inestimabile quando non era in vendita.

Favole
Dunque le tasse sono aumentate vertiginosamente e la quota spesa per i docenti
e i servizi agli studenti è diminuita, il valore di mercato di una laurea è
calato e la maggior parte degli studenti non può più permettersi di godersi gli
anni del college come un periodo di avventura intellettuale. Ma c’è un’altra
cosa chiara: l’istruzione universitaria somiglia sempre più a una truffa.

Conosciamo le conseguenze della morosità per i creditori, gli investitori e i
loro garanti del tesoro, ma che succede ai morosi? I proprietari di case che si
sono trovati con un debito superiore al valore dei loro immobili potevano
sempre liberarsene. Gli studenti non sono così fortunati: non possono liberarsi
della loro laurea, anche se hanno preso in prestito più denaro di quanto
possono guadagnarne nel mercato del lavoro. Gli americani sopraffatti da debiti
normali (come quelli accumulati sulla loro carta di credito) hanno la
possibilità di dichiarare bancarotta, e anche se è un processo doloroso che gli
impedirà di ottenere credito in futuro, liberarsi di migliaia di dollari che
non si possiedono non è sempre una cosa negativa. Gli studenti non hanno questa
scelta. Prima del 2005 anche loro potevano usare la formula della bancarotta,
ma la “legge per impedire l’abuso dell’istituto della bancarotta e difendere i
consumatori” ha esteso l’inestinguibilità a tutti i prestiti per l’istruzione e
alle carte di credito usate per pagare le tasse universitarie.

Oggi i debiti per l’istruzione sono diventati eccezionalmente punitivi. Non
solo gli studenti non possono dichiarare bancarotta, ma i loro prestiti non
hanno una scadenza e i creditori possono reclamare stipendi, contributi
previdenziali e perfino indennità di disoccupazione. Se uno studente non paga,
l’agenzia di garanzia, anche se è stata rimborsata dal governo federale, ha
diritto a riprendersi tutto quello che può (anche se è già stata risarcita per
la sua perdita), quindi è incoraggiata a perseguitare gli ex studenti fino alla
tomba.

Quando è scoppiata la bolla immobiliare le conseguenze erano prevedibili, ma
non prestabilite. Nel caso della bolla dei prestiti agli studenti la
conclusione sarà la stessa, ma la forma è stata decisa in anticipo. In aggiunta
ai miliardi che hanno speso in pubblicità, attività sportive, abbellimento dei
campus e lussi vari, i college hanno beneficiato di un’opinione pubblica che
considera l’istruzione universitaria un bene sociale supremo. Da quando i baby
boomer hanno cominciato a fare figli, la laurea è sembrata la panacea per tutti
i mali sociali, la metafora di un tipo speciale di successo.

Sentiamo ancora raccontare favole sulle persone sfuggite ai ghetti andando all’
università, sulle lauree che garantiscono una vita soddisfacente e su un
capolavoro dell’istruzione americana come la legge che consente di pagarsi gli
studi con il servizio militare. Ma questi non sono veri modelli di vita, sono
solo trovate pubblicitarie. E di solito sono accompagnate dal modulo per la
richiesta di un prestito.

Traduzione di Bruna Tortorella.

 
 
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